lunedì 11 marzo 2019

Tre serbi, due musulmani e un lupo. Alcune riflessioni.




Devo dire che ci ho messo quasi una settimana prima di riuscire a sfogliare il numero di Left , e qualche altro minuto per leggere l’anteprima di questo nuovo libro, che, come i molti scritti o curati da Luca Leone, ci porta ancora una volta nei “buchi neri della memoria” che ancora colmano di tragico mistero la storia recente dei noi vicini di mare balcanici.
Ci ho messo qualche giorno perché, ogni qual volta leggo un libro o un articolo su Srebrenica, Prijedor, Ahmici, e altri meno conosciuti luoghi della memoria, luoghi in cui l’umanità è morta, devo superare un blocco emotivo.
Da circa vent’anni, ma forse anche prima, per me la Bosnia soprattutto, quanto accaduto in gran parte del suo territorio e che spesso la terra ora nasconde forse in modo indelebile, è diventata per me una sorta di ossessione, o forse una missione.
E nelle pagine di questo e di decine di libri di Luca Leone e della Infinito edizioni, scorgo ogni volta la stessa ossessione, la stessa missione.
Che non si dimentichi, che si continui a cercare , scoprire, scavare, alla ricerca non solo dei corpi ma di “brandelli di verità”.
L’ultimo libro di Luca Leone scritto unitamente a Daniele Zanon, racconta la storia di Alma e ci porta  a Prijedor , quella che viene anche conosciuta come la città del ritorno, uno dei luoghi in cui avvennero cose che ci rimandano direttamente agli anni terribili della seconda guerra mondiale e ai campi di sterminio nazisti.
Mai più si scrisse, in tutte le lingue del mondo.
E invece, l’uomo sembra non aver compreso ancora nulla dalla storia e continua, sempre con maggiore efferatezza , a riproporre le stesse terribili metodiche del terrore, con terribili upgrade che la tecnologia fornisce.
Alma ci racconta la sua storia , la storia che è poi la storia di un popolo in fuga, smembrato, dilaniato, massacrato e sepolto. Donne, uomini, vecchie, bambini sono costretti a lasciare il luogo in cui hanno vissuto, amato, sofferto, per i calcoli e le “idee” di pochi “bastardi senza gloria”, capaci di mettere il simile contro il simile, in vicino contro il vicino, in nome di una poco chiara supremazia.
La storia di Alma, riecheggia a storia della mia amica Dzeva di cui ho raccontato qualcosa sul mio blog (https://trabalcanieatlantico.blogspot.com/2018/01/sopravvivere-srebrenica-my-smile-is-my.html), ed è la storia di chi  nonostante tuttosopravvive ad un massacro, perde gran parte della famiglia, degli affetti, dei ricordi, per ricominciare in qualche modo a vivere, perché bisogna sempre e comunque ricominciare a vivere.
Le chiamerei resilienze balcaniche.
Alma e i suoi vittime dell’assurda propaganda serba: “Vi stiamo salvando dai musulmani” dicevano questi uomini in mimetica, lo dicevano ai croati della Krajna, mentendo a loro stessi e al cuore della gente che a loro si affidava volente o nolente.
Tre serbi, due musulmani e un lupo, già solo a guardare la copertina ci riporta quindi a quel passato che speravamo non si ripetesse, nell’era della televisione e di internet, seppure in quel periodo storico fosse solo agli albori.
Ed invece Omarska, Trnopolje, sono solo due dei terribili nomi dei campi di concentramento le cui terribili tracce piagano il territorio della Bosnia Erzegovina.
Martin Pollack, in un suo bello e terribile libro (https://www.kellereditore.it/romanzi-racconti-e-reportage/347-paesaggi-contaminati-martin-pollack.html), parla di Panorami contaminati, luoghi idilliaci che nascondo terribili segreti.
Di questi luoghi nei Balcani del Sud ce ne sono purtroppo molti, e spesso un prato erboso, una collina, lo stesso letto di un fiume, nascondono memorie terribili.
C’è da scavare materialmente per scoprire la verità nei balcani, e bisogna avere un cuore aperto e pronto a comprendere la sofferenza degli altri , e non un cuore di acciaio, come quello dei dirigenti della Arcelor Mittal , che ha rilevato le acciaierie di Omarska, e che non hanno consentito finora ai parenti delle vittime neppure di affiggere all’interno dei cofini della proprietà una semplice lapide a memoria di quanto accaduto, a memoria che anche questo è stato.
Un cuore d’acciaio che si contrappone al cuore e l’empatia e la voglia di verità che da sempre riempiono le pagine dei libri di Luca Leone e dei suoi collaboratori, e che anno dopo anno riempiono sempre di più la mia personale “Biblioteca Balcanica”.
Un libro che spero presto possa essere presentato anche a Roma e che per il suo linguaggio possa raggiungere più persone possibile, sperando possa  renderle consapevoli di quanto accaduto pochi anni fa a pochissimi chilometri dalle nostre coste adriatiche.
I Balcani, infatti, sono molto più vicini di quanto pensiamo, siamo noi che ce ne siamo allontanati sempre di più, dilatando a dismisura quel tratto di mare che separa la nostra piatta terra dalle coste scoscese e drammatiche della Croazia.
Forse creando nuove e incalcolabili distanze pensavamo di aver allontanato chi avevamo abbandonato al proprio destino per via della nostra cattiva coscienza, ed invece a distanza di anni Alma, Dzeva e le altre coraggiose donne balcaniche ci pongono ancora una volta di fronte alla loro lacerante storia.
C’erano tre serbi, due musulmano e un lupo e no … non è l’inizio né di una fiaba, né di una barzelletta.
Ma poi chi è il lupo?
Sarà bello scoprilo nelle pagine di questo libro necessario.
Buona lettura a tutti

mercoledì 6 febbraio 2019

Red Land - Rosso Istria: un'occasione mancata !






Mi definisco un uomo di sinistra, ma non di quella sinistra chiusa e autoreferenziale, che si parla e riparla sopra e finisce per ghettizzarsi nelle proprie idee e ideologie. Ho sempre pensato che essere di sinistra significhi essere anche il più aperto possibile verso l’altro, anche e direi soprattutto, verso quello che la pensa in modo diverso da me.

Poi se ci mettiamo la passione per i viaggi che ti porta anche involontariamente ad aprire l’animo agli orizzonti e non alla storia e alle storie precostituite, ecco che quando ho letto qualche anno fa che si stava per realizzare un film sulle foibe, argomento che avevo iniziato a “leggere” in maniera autonoma, chiaramente mi sono incuriosito e ho iniziato a seguire, anche sulla pagina di Facebook, la difficile genesi di Red Land – Rosso Istria che ho avuto modo di vedere ieri sera e che sarà comunque passato in prima serata sulla Rai venerdì anche se disconosco su quale rete.

Ebbene, devo dire che la visione del film, ma ancor di più il contesto in cui si è svolta, ha lasciato nel mio animo di persona libera e curiosa, una serie di inquietudini che cercherò in breve di descrivere.

Partiamo dal contesto della serata.

Chiaramente non mi sarei aspettato di trovare tra il pubblico esponenti “illuminati” della nostra sinistra o dell’ANPI, ero certo che tra il pubblico sarei stato praticamente l’unico “indipendente” a vedere il film. Ero certo che ci sarebbero stati rappresentati delle associazioni degli esuli, e questo ben venga, è necessario che chi ha vissuto racconti, quello che speravo si evitasse e che diventasse una riunione di un “Circolo di estrema destra monarchica” romana e non solo.

Insomma va bene che la sinistra, l’ANPI, hanno sicuramente delle prevenzioni su quanto il film racconta (ma io onestamente sarei andato a vederlo e mi sarei anche presentato se fossi stato in qualche partigiano o uomo di sinistra presente in sala), e che alcuni atteggiamenti non aiutano il dialogo, ma la sfilata di noti esponenti della destra italiana, a mio parere non fa bene al film né al riconoscimento del dramma degli infoibati ed esuli.

E’ proprio questo contesto che mi ha spinto ad andare via a metà della visione, mi sentivo in qualche modo fuori posto, a disagio. Io che ero venuto a vedere il film con animo aperto e sicuro di vedere un prodotto che tentasse di unire più che dividere, ero costretto ad ammettere di aver riposto nel film e in chi lo ha realizzato troppe aspettative.

Eccoci al film.

Iniziamo da uno dei pregi: la presenza di un grande attore come Franco Nero nel cast. La sua presenza nel film rende degno di nome lo stesso. Il ruolo che interpreta, un professore disilluso e sempre in bilico tra riconoscimento del ruolo del fascismo e ammissione degli errori dello stesso, lo rende umano e vero.

Tanto è vero e umano che purtroppo gli altri attori sembrano essere lì quasi per ad inscenare un dramma ad uso esclusivo di una parte politica e sociale.

E badate che questo giudizio vale anche per tanti film realizzati in modo acritico sui partigiani e sulla resistenza.

Ecco è proprio l’acriticità e il punto di vista del tutto parziale a rendere il film una sconfitta, un’occasione mancata.

Come in ogni film di guerra ci sono tutti i topos e le figure ricorrenti, in questo caso naturalmente a ruoli invertiti. Mentre nei film sulla resistenza il partigiano è il buono, l’angelo liberatore, quasi un messia, in questo caso queste caratteristiche le hanno i “fascisti buoni” abbandonati dall’Italia e dai tedeschi al massacro. Mentre quasi come bestie senza alcun lato umano vengono dipinti i partigiani. Ma vi chiedo, se finalmente dopo tanti anni di ricerche storiche e antropologiche, abbiamo scoperto anche la figura del “tedesco buono”, è possibile che non ci fosse un solo partigiano titino, con appena un po’ di morale?

E poi perché non si stigmatizza con forza il ruolo nefasto svolto dai tedeschi e il governo ustascia della Croazia, in teoria alleati degli italiani, occupanti la Slovenia e la Croazia, che nulla fecero per gli italiani d’Istria? Se ne accenna ma da quella parte “bestie” non se ne sono trovate.

In tutto questo ciò che finisce davvero per essere messo in secondo piano, e usato in modo strumentale, e in questo modo svilito, è proprio il dramma di Norma Cossetto, e di questo me ne dispiace molto.

Insomma Red Land non è Magazzino 18, dove Cristicchi con la sua grazia e la sua ricerca storica e umana, ha avuto il pregio di avvicinare anche chi come me era scettico al dramma delle foibe.

Red Land è un film di parte, e in questo “partigiano”, in cui vengono canalizzate le rabbie dei tanti torti subiti anche dallo stato italiano contemporaneo.

Un film che quindi non può che portare ulteriore distanza tra le parti.

Per quanto mi riguarda sto cercando di elaborare la mia delusione, per il film in sè e per il contesto in cui è avvenuta la visione.

Per i motivi che ho fin qui esposto, ritengo ancor di più necessario che delle foibe e dell’esodo si parli, che la gente, tutta, vada a visitare la Foiba di Basovizza e il Magazzino 18, e che si riesca ad arrivare al giorno in cui quanto accaduto non sia solo la memoria di una parte d’Italia ma del paese tutto.

Perché non ci siano più alibi e nessuno né da sinistra, né naturalmente da destra, possa sfruttare questo dramma a uso e abuso politico.

Vi invito a vedere il film e a farvi una vostra idea e se volete ne parliamo anche all’infinito.

Buona visione … critica.

lunedì 4 febbraio 2019

Tra memoria e abbandono: Il Magazzino 18

Un anno fa proprio in questi giorni realizzavo in piccolo grande desiderio che portavo nel cuore da quando avevo dapprima letto e poi visto quella ricerca certosina e appassionata sull'esodo che è lo spettacolo "Magazzino 18" di Simone Cristicchi.
Mi spingeva, come mi spinge sempre nei miei viaggi, la voglia di vedere e comprendere in prima persona, recarmi nei luoghi e farmi raccontare dal loro spirito la versione di coloro che hanno avuto pudore nel raccontarla.
Visitare il Magazzino 18 è difficile, nell'entrare nel porto si firma una liberatoria in cui si dichiara che non si farà uso delle foto e dei video per reportage professionali o pubblicazioni su blog o siti internet, perchè il luogo in cui si entra è soggetto a servitù militare.
Poi è difficile per quello che ti lascia dentro.
Una situazione di abbandono e allo stesso tempo di forte memoria l'ho percepita in modo così forte solo a Prypiat, la città abbandonata dopo l'esplosione del reattore n. 4 della centrale nucleare di Chernobyl.
Anche lì, come nel Magazzino 18, si percepisce il dramma di chi ha dovuto lasciare in fretta e furia i luoghi in cui ha vissuto e in cui sperava di vivere in futuro.
Non mi interessa se penserete che la loro vita fosse sbagliata, che fossero quelli dalla parte sbagliata, mi interessa solo comunicarvi il senso di abbandono, di perdita che danno le masserizie accatastate , abbandonate nei freddi stanzoni del Magazzino.
Un Magazzino che probabilmente non diventerà mai un museo perchè non è quello il fine, ma museo lo è già adesso, come lo è Prypiat, memento della caducità della vita e del destino umano.
E allora le foto che vi posto potrebbero essere state scattate nel Magazzino 18 o chissà a Prypiat nella scuola abbandonata, o in uno qualunque dei posti in cui semplicemente la vita è fuggita e mai più vi farà ritorno.
Siate memoria, coltivate memoria, fatevi memoria, anche quando questa memoria può essere "pericolosa", perchè solo visitando i luoghi in cui gravi fatti sono accaduti avrete l'occasione di ascoltare la voce, lo spirito dei luoghi.
La terra, l'acqua, il vento, gli elementi spesso comunicano più di ogni libro letto, ogni film visto.
Se potete visitate il Magazzino 18, senza pregiudizi, solo per ascoltare storie che nessuno vi potrà più raccontare.



martedì 22 gennaio 2019

27 gennaio 20??: il giorno delle conchiglie

Il mondo è cambiato da quando tu sei andata via mia cara.
Il mondo non è più quello di una volta.
Pensa che il 27 gennaio, ti ricordi, si festeggiava il giorno della memoria.
Ebbene ne abbiamo discusso a lungo, serviva davvero? Era davvero necessario individuare un giorno nel calendario in cui ricordare quello che sarebbe stato inconcepibile dimenticare?
Noi ne discutevamo, loro con il tempo ci hanno tolto ogni discussione, ogni dubbio.
Ci hanno detto: "E' un periodo storico da superare ... basta con queste storie ... siamo un nuovo paese che sta costruendo la sua nuova memoria ... la sua nuova storia ... basta con questi relitti del passato ... chi ha bisogno di ricordare una guerra? Uno sterminio? Non ci saranno più stermini".
Così come per incanto sparirono il 27 gennaio, e nella memoria dei pochi giovani ancora interessati a comprendere da dove venivano, anche quel poco interesse per le "guerre dei loro padri".
Nel mondo che i nuovi tecnocrati stavano per costruire non c'era posto per il passato, si guardava al glorioso futuro della nazione, un futuro di onestà, efficienza e trasparenza, in cui non ci poteva essere posto per l'errore, per qualcosa di così drammatico da rendere fragili e trasparenti le basi della nuova patria, del nuovo neo-pensiero.
Alcuni provarono a dire: " Ma ormai il 27 gennaio è divenuto il giorno della memoria di tutte le malefatte della storia antica e recente ... ha un valore universale ... e poi allora il 5 febbraio?"
Già, il 5 febbraio, vi ricordate quante polemiche?
Cosa un giorno per ricordare le foibe? Ma siete pazzi? Ma cosa siamo diventati un paese fascista che ricorda le sue vittime per mano dei "volenterosi liberatori di Tito"? Mai un giorno del ricordo. Cancellare l'esodo, cancellare le foibe, cancellare la memoria ... fascisti, comunisti, foibe, olocausto, non c'è posto per tutto questo nel mondo dell'onestà e dell'ottimismo che ci aspetta".
Anche il 5 febbraio ... stop ... archiviato, stesse motivazioni, dobbiamo andare avanti, andare oltre, non importa che ci fossero delle persone dalla parte sbagliata, ma esisteva poi una parte sbagliata? Sbagliata rispetto a cosa, rispetto a chi? Chissà ne avremmo potuto continuare a discutere però ...
Ormai destra e sinistra, bella ciao e faccetta nera non esistono più, ci dissero, non c'è più necessità di ricordare nulla di così gravoso, siamo un popolo felice, che sta vivendo una sua rinascita, che ci pensi la storia, quella seria a dare un giudizio su questi aspetti, che noi si pensi ad altro, che senso ha insegnare storia nelle scuole? A chi serve?.
Insomma mia cara, non era più necessario ricordare, ci eravamo ammazzati tanto, in tutti i sensi per trovare il senso di quanto accaduto e ora niente ... ci avevano detto che eravamo sbagliati.
Disse un grande scrittore: "Grazie alla nostra società interconnessa ... in cui tutto viene mostrato ci salveremo da una nuova Auschwitz perchè una cosa così grande, così mostruosa, non potrà più essere nascosta".
E' in parte ci prese: tutto ci venne mostrato, in tutti i modi, in tutti i sensi, ma il nostro cuore senza storia e senza cultura, figlio solo del "culturame internauta" divenne ben presto assuefatto al dolore, alle immagini di un dolore immenso che riempiva il mare di anime e la terra di corpi, e iniziammo a dimenticare di essere uomini.
Bastava chiudere i porti, chiudere gli aeroporti, chiudere le porte, le finestre, gli occhi e il cuore ed ecco tutto era risolto, semplicemente tutto quello che accadeva fuori non era altro che un film lontano, una serie di Netflix magari.
Gradualmente la gente iniziò a dimenticare mia cara, ma nonostante tutto ci fu qualcuno che nel buio, nel vuoto iniziò a gridare: " Ma ve la ricordate quella poesia di Primo Levi?"
"Primo chi? ... Prima gli italiani ..." gli rispose qualcuno.
Ma come : " Prima vennero a prendere gli ... ah no scusate era di un pastore tedesco ... no... non un cane ... un uomo ... Neimoller mi pare si chiamasse:
"Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perchè mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare ..."
Un uomo iniziò a gridare: " Ma insomma ve la ricordate ?"
Poi quello stesso uomo scosse un altro uomo che guardava il mare: "E tu te lo ricordi cosa succedeva qualche tempo fa? Persone di colore, lingua, religione diversa sbarcavano su queste sponde ... come diceva quel cantante, De Andrè ... genti diverse venute dall'est dicevano che in fondo era uguale ... credevano ad un altro diverso da te ... ma non mi hanno fatto del male ... "
Gridava: "Dove sono adesso tutte queste genti?"
Questa gente mia cara iniziava di nuovo a prendere coscienza, divenne di nuovo di moda essere partigiani "partigiani della bontà" li chiamavano, e iniziando a ricordare ricominciarono a ricostruire memoria.
Un uomo venne visto sulla spiaggia, un lenzuolo al suo fianco, mentre, mormorando, accumulava grosse conchiglie fino a formare una sorta di tumulo.
Un uomo che si avvicinò, noto per prima cosa che il lenzuolo era pieno di nomi scritti a mano con calligrafia incerta, poi intuì che il mormorio che accompagnava la posa della conchiglia altro non era che uno dei nomi presenti nella lunga lista.
Per ogni nome una conchiglia.
L'uomo s'inginocchiò accanto all'altro e iniziò anche lui a formare un cumulo, per ogni nome una conchiglia.
I due si guardarono: "Sa che giorno è oggi?".
L'altro con indecisione: " il 27 gennaio?"
L'altro sorrise e annuì col capo: "Buona giornata delle conchiglie".
Una conchiglia per ogni persona perduta nel cammino verso un futuro migliore, una conchiglia dopo l'altra, e l'altra ancora. E altri uomini e donne.
E non si sentirono più soli.


Le parole del pastore Neimoller hanno ispirato almeno due canzoni, almeno queste ho trovato, la prima è del cantautore folk Christy Moore, la seconda del gruppo punk Anti Flag:

Yellow Triangle: Christy Moore

Anti Flag Emigre




lunedì 31 dicembre 2018

Sulla strada: viaggiatori, stranieri, migranti.


Immaginate di trovarvi su una strada che attraversa un bosco, o un campo. Immaginate di essere rilassati al volante della propria macchina, è estate, il vento vi scompiglia i capelli mentre allungate il braccio fuori da finestrino. Odori e suoni della natura tutto intorno. Pensate di essere completamente soli in quel susseguirsi di colori e suoni, poi però qualcosa appare da lontano, più vi avvicinate più quella macchia scura prende forma, ed è la forma di un uomo. Un uomo che chiede un passaggio al bordo della strada.

Fermo immagine.

E’ un uomo al massimo sulla trentina, ha una t-shirt come ce ne sono tante e come vengono indossate da tanti, i jeans un po’ lisi, e il suo viso traspare la stanchezza di chi ha viaggiato tanto e ora non ne ha più. Un piccolo zaino in spalla e nient’altro. Siete soli in questa campagna solitaria che, ora che siete di fronte alle vostre paure, vi sembra sempre più desolata. E quell’uomo vi sembra sempre più pericoloso, si trasforma sempre di più e da viaggiatore diviene sempre più uno straniero, un migrante, un clandestino.

E così passiamo oltre non guardando nemmeno dal finestrino retrovisore.

Così facendo ci siamo tolti da un potenziale pericolo, ci siamo allontanati da un potenziale elemento perturbatore della nostra pace, del nostro viaggiare in tranquillità verso una meta più o meno definita.

Ora torniamo indietro e per un attimo mettiamoci nei panni dell’altro e scopriamo chi è.

Si tratta di un uomo sulla trentina, un uomo stanco dal tanto viaggiare, che ha una sola necessità: di fermarsi ovunque sia possibile, solo per bere dell’acqua, mangiare qualcosa, qualunque cosa. Da dove viene? Dai tratti somatici potrebbe venire dalla Siria, o dalla Turchia pur non essendo turco, potrebbe essere un curdo, forse non un afghano.

Un viso, comunque stanco dalla guerra e dal viaggio.

Cosa unisce allora queste due persone completamente diverse che appena si sfiorano, che si guardano appena di sfuggita nel passare della vettura? Cosa tiene insieme le loro storie seppure così lontane, diverse, irriducibili? E’ la strada e il viaggio che ne è parte.

Non avete mai pensato ai migranti come a dei viaggiatori vero? Eppure è proprio così sono viaggiatori come me e te, anche loro si mettono in viaggio verso una meta, ma a differenza nostra, ma forse solo in parte, non conoscono la meta, né tantomeno il mezzo di trasporto, e del viaggio hanno solo una mappa approssimativa. Eppure questo sono e non altro, dei viaggiatori. Quasi sempre dei viaggiatori involontari, che sono costretti a mettersi in viaggio. Come accadde a Maria e Giuseppe sono costretti a scappare verso un altro Egitto, per trovare salvezza, per poi sperare, come la sacra famiglia di poter tornare a casa.

Ecco in comune oltre al viaggio hanno con noi una casa. Ma quale casa?

Ogni comunità, ogni cultura, ha un differente concetto di casa. Ci sono molte culture per cui la casa non è l’ambiente interno, dove si dorme soltanto, ma il giardino, lo spazio comune, dove si vive insieme alle altre famiglie, agli altri membri della comunità. La casa è dove c’è il cuore, l’affetto, i cari.

Al ritorno dal nostro viaggio per quanto lungo e travagliato possa essere, quasi sempre, però scelto volontariamente  da noi, dalle nostre aspirazioni, al netto degli imprevisti, comunque torneremo a casa, ci saranno i nostri parenti,  i nostri amici, che ci avranno pensato e si saranno preoccupati in silenzio durante la nostra assenza e che attenderanno con curiosità il nostro racconto.

Spesso chi lascia il proprio paese per necessità si pone come prospettiva il fatto drammatico di non tornare più a casa, di non poter più vedere i propri cari, di non abitare più il giardino, di non sentire più le voci che rendono unico il luogo chiamato casa.

E allora portano con sé qualcosa che li possa avvicinare a loro, qualcosa di così banale per noi che il fatto stesso che un altro diverso da noi possa “possedere” il medesimo oggetto, ci fa rabbia. “Ecco guarda ha anche un cellulare”. Parole dette così, buttate senza alcuna riflessione, tanto poi la nostra macchina scatta via e ce ne dimentichiamo, ma nel frattempo abbiamo il tempo di scrivere sui social “Vergogna gli paghiamo anche i cellulari … avete visto?  Di ultima generazione.”

E non ci viene neppure in mente che quel cellulare, quell’uomo che lascia tutto per l’ignoto, potrebbe averlo comprato prima di partire, non per vezzo, né per divertirsi, ma perché ne ha necessità, la necessità di comprendere dove si trova nella notte buia al confine tra Grecia e Macedonia, o Turchia e Bulgaria o ancora tra Serbia e Ungheria. E magari gli serve per chiamare pochi secondi a casa solo per dire : “Sono vivo e voi? Come state?” sperando sempre di sentire dall’altra parte la voce amata. E può servigli perché no, per fare rete con i disperati che con lui si arrampicano sulle montagne, attraversano deserti, si aggrappano di notte alle ruote di camion che attraversano confini che noi solo abbiamo creato.

E così infatti, la terra vista dall’altro non ha confini, è puro territorio, siamo noi a costruire delle mappe che colmiamo di significato, facendole divenire qualcosa di unico, sacro, intoccabile.

Finzione, perché per quanti segni possiamo iscrivere sul territorio, quel territorio non sarà mai nostro.

Ma è così che lo vediamo, qualcosa di sacro e intoccabile, non passa lo straniero, qualunque straniero?

Sans papiers.

Probabilmente quest’uomo di cui abbiamo ormai fissato il fermo immagine è un sans papiers, un migrante, un clandestino, quindi, un criminale.

Il viaggiatore della storia che vi sto raccontando sono io che passo con la mia macchina sulla strada che da Assothalom in Ungheria porta al confine con la Serbia  e al primo muro europeo ricostruito, l’uomo sulla strada è uno dei tanti che è sfumato sul margine della strada (se vi va potete guardare il breve video realizzato nel 2015 a questo link https://www.youtube.com/watch?v=MZ-zrg3_NQ4&t=360s). Molti si sono nascosti per paura, altri si sono accampati sfiniti a pochi metri da quel muro finalmente superato.

Ma c’è chi non ce l’ha fatta ed è rimasto al di là del muro, nella terra di nessuno.

E per la maggior parte delle autorità quest’uomo come tanti altri non ha un documento, è un san papier.

E il più delle volte non è vero, e quando è vero non l’ha perso nel momento in cui chiedeva il conto al ristorante, o poneva con poca grazia il suo soprabito su un divano o un sedile di un treno facendo cadere inavvertitamente il passaporto.

Se quest’uomo ha perso i suoi documenti è perché nel viaggio può essere stato malmenato, derubato, offeso, ricattato, e peggio viene fatto ad una donna, molto peggio.

Ma comunque quest’uomo nasce e viene registrato e quando si raggiunge l’età prevista dalla legge del proprio stato, dotato di un documento legale e riconosciuto.

Ma questo è il punto: riconosciuto da chi?

Perché sperando che nessuno lo abbia malmenato, violentato, ricattato, umiliato nel cammino e che quindi quest’uomo arrivi davanti ai guardiani del muro con il proprio documento, li vivrà la più grande delle umiliazioni: “Il suo documento non ha alcun valore per il nostro paese … non importa lei chi sia… per essere riconosciuto parte del nostro paese deve avere un altro documento … non basta … non ha un visto di soggiorno? … San Papier …"  Si ricomincia da capo … non esisti … impronte digitali … schedatura … nome … cognome … clandestino … criminale.

E poi finisce che criminale davvero senti di essere diventato e che per vivere alcune volte devi diventarlo.

Ti chiudono in un posto che cambia nome a seconda del governo in voga nel periodo, ma che ha sempre un nome che lo rappresenta: Campo.

E non è il campo in cui giocavi da ragazzo o dove sognavi di essere un grande calciatore.

Somiglia sempre di più ogni giorno che ne sei dentro ad un campo di concentramento.

E più ci sei dentro e meno hai voglia di uscirne perché stai perdendo pian piano quello che più ti rendeva unico e al tempo stesso parte di una comunità globale: essere umano.

I Campi sono uguali dovunque e dovunque nonostante gli sforzi di chi lavora nel sociale, di chi cerca di dare speranza, sono posti in cui si perde se stessi, si diventa violenti, o depressi, o tutto e due, non si sogna nulla se non di uscire o scappare di nuovo, ma indietro davvero non si può tornare. O no?

E no, perché c’è il rischio che dopo qualche anno a cercare di sopravvivere, un signore che ha ascoltato la tua storia e l’ha inquadrata negli schemi previsti dalla legge, decida, che no, non ci sono i requisiti per la concessione per il permesso umanitario, che non hai diritto all’asilo, che sei scappato solo per motivi di fame e non di guerra.

E allora ti dicono hai tempo 15 giorni su di te pende un decreto di espulsione, non hai documenti di nuovo, sei di nuovo un san papier e la storia si ripete ma in questo caso ancora peggio di prima, sei sempre di più un criminale, anzi ora lo sei e basta senza attenuanti.

E allora quell’uomo che abbiamo visto sfilare sulla strada potrebbe essere anche un essere umano non gradito due volte che non ha altro futuro che nascondersi in posti che hanno nomi terribili coma la Fabbrica della Penicillina a Roma. Potrebbe essere un uomo che ha abbandonato uno dei Campi della Bulgaria, Harmanli al confine con quella Turchia pagata per tenere chissà dove una massa che preme verso l’Europa, o Voenna Rampa o Ovcha Kupel.

Un siriano, un afghano, un iracheno, un curdo, non ha più importanza da cui provenga quest’uomo, passato al vaglio della nostra giustizia diviene un senza patria, un senza diritti, qualcosa da cancellare prima che ci faccia troppo male vederlo, prima che ci ricordi che sarebbe potuto accadere a noi.

Sulla strada ci siamo tutti, viaggiatori, stranieri e migranti, e sulla strada dovremmo avere gli stessi diritti, il diritto universale alla libertà del viaggiare, il diritto universale al riconoscimento del nostro documento ovunque nel mondo.

Perché se è vero che nasciamo tutti senza nome, un nome e un’identità ci viene data e ovunque dovrebbe essere riconosciuta e rispettata.

Il mio viaggio dall’Ungheria alla Bulgaria e ritorno termina qui, ma riprenderà, per raccogliere immagini e si spera storie, storie che hanno un nome e un passaporto, storie che devono essere “riconosciute”.

Ti auguro buon viaggio e di incontrare storie sulla strada.

Buon 2019

https://www.youtube.com/watch?v=MZ-zrg3_NQ4&t=360s

mercoledì 9 maggio 2018

PGGV n.9 Da Sofia a Lom: la terra degli ultimi Circassi.

In uno dei miei recenti viaggi in Bulgaria, dopo una giornata di visita ad alcuni luoghi memorabili di Sofia, decisi di andare a trovare una mia amica antropologa conosciuta ai tempi di un intenso seminario residenziale ad Osilnica in Slovenia.
In quel periodo si trovava nella casa appartenuta alla nonna materna a Lom sulle rive del Danubio.
Quando le chiesi come arrivare a Lom mi prospettò una scelta tra il bus e il treno. Come al solito scelsi il treno che spesso non è la soluzione più comoda nei Balcani, ma che da sempre mi affascina più del bus.
Mi piace, infatti, trovare un comodo posto con vista allungare le gambe e passare il tempo tra una buona lettura e il paesaggio che passa veloce fuori dal finestrino.
Così di buon mattino mi reco alla modernissima stazione ferroviaria di Sofia 

e prendo il treno per Vidin, per arrivare a Lom dovrò cambiare alla stazione di Brusarci.
Il giorno precedente, il mio viaggio a Lom aveva suscitato un certo interesse da parte delle mie amiche Beni e Betty, erano curiose e divertite allo stesso tempo, sarei riuscito ad indovinare dove scendere?
Quello che non sapevano è ... che sono un esperto nei viaggi in treno.

Il treno impiega circa 3 ore e mezza  per arrivare a Brusarci e attraversando bucolici paesaggi montani. Per gran parte del percorso costeggia il fiume Iskar. 

La regione ha come capoluogo Montana, il treno tra tornanti e tunnel attraversa una zona in cui predominano piccoli pittoreschi villaggi:

Da Brusarci in direzione Lom il paesaggio cambia bruscamente, si attraversa una lunga pianura che degrada verso il Danubio che nel periodo del mio viaggio in piena estate, ha il colore del grano.
Cambiano i colori non solo della natura ma anche delle persone che attendono l'arrivo del treno, il colore più scuro della pelle fa pensare a persone appartenenti all'etnia Roma, ma questo può essere fuorviante.


Anche se, come mi conferma la mia amica, negli ultimi decenni la zona costiera del Danubio ha vissuto un vero e proprio "ricambio socio - culturale",( i residenti storici sono emigrati verso le grandi città della Bulgaria o all'estero, e in effetti sono stati in qualche modo "sostituiti" dai cittadini bulgari di etnia rom, al momento la maggioranza della popolazione soprattutto nei piccoli villaggi della regione), la varietà del "colore" della pelle deriva dai molti contatti che vari popoli nel tempo hanno avuto seguendo le acque del grande fiume, e insediandosi spesso anche in modo drammatico nei piccoli villaggi sulla riva.
Lom è, infatti,  situata sulla riva destra del Danubio confine naturale con la dirimpettaia Romania, è distante appena 50 km dall'antica Vidin con cui condivide parte della storia umana e sociale, ed è il secondo porto Bulgaro sul Danubio dopo Ruse.

Fu fondata dai Traci che la chiamarono Artanes, mentre  i romani ci costruirono una fortezza e chiamarono la città Almus da cui dovrebbe derivare  il nome Lom.
Il nome Lom Palanka fu menzionato per la prima volta nel 1704, anche se è solo dopo il 1830 che la città assunse un ruolo importante nel'economia portuale bulgara col la crescita dei traffici commerciali sul Danubio.
Nel 1869, la città aveva 120 negozi, 148 uffici commerciali, 175 negozi alimentari, 34 caffè, e 6 alberghi, il centro della città era la fortezza di Kale, di cui adesso restano solo alcune rovine.
La città ebbe un ruolo fondamentale nel Rinascimento (Revival) Nazionale Bulgaro, ed ebbe un ruolo di primaria importanza durante la seconda guerra mondiale e nel primo dopo guerra, e questo lo si evince dalla presenza di molti memoriali dedicati alla resistenza del popolo bulgaro di frontiera davanti al nemico avanzante.






Nel 1894 i cechi Malotin e Hosman impiantarono una fabbrica di birra ora conosciuta come Lomsko Pivo.

Ma quello che spesso non viene raccontato e di cui per ovvi motivi non ci sono in città monumenti o memoriali, è che Lom fu una delle ultime patrie elettive degli erranti Circassi nel loro lungo cammino di migrazione forzata. La storia ce la ricorda il grande scittore Magris nel suo libro "Danubio":



"Sotto le bandiere di Osman Pazvantoglu ... c'erano le genti più disparate ... la Sublime porta accolse e trasferì in Bulgaria, specialmente nel 1861-62, tatari e circassi riluttanti al dominio dello Zar in un'odissea tragica per i nuovi arrivati come per i bulgari che dovevano cedere loro il posto ... il circasso è brigante , selvaggio , ladro di cavalli, inetto al lavoro ... In un racconto di Vazov è il circasso Dzambalazat ... a uccidere Hristo Botev ... essi vivono però una tragedia che commuove l'Europa ... la guerra contro i Russi guidati da Sciamil ... I capi circassi, giungendo a Lom, seppellivano i loro morti pensando così di far propria la terra che accoglieva le loro spoglie ... Lungo il fiume , in queste terre dalla geografia ancora incerta ... si incontrano molte figure marginali e avventurieri ... Compiuto il loro servigio ... queste figure spariscono ... lasciando una traccia soltanto nei ruoli di un'amministrazione..." (Claudio Magris, Danubio)".


Il genocidio Circasso.

Il genocidio Circasso (Muhajir) è uno dei genocidi dimenticati d'Europa. Si è celebrato il 150 anniversario nel 2015 proprio mentre a Sochi, città principale dell'antica Circassia, si svolgevano le Olimpiadi Invernali.
I Circassi che comprendevano al loro interno varie tribù, occupavano una zona che possiamo delimitare tra Krasnodar e l'Ossezia del Sud. Il loro nome deriva dalla parola turca cerkes ma in lingua circassa si identificavano come adighè. Erano, e sono ancora adesso, per lo più di religione musulmana sunnita.
Al momento si calcola che ci siano ancora 718.000 circassi residenti nel territorio della Federazione Russa, alcuni anche nei territori storici. Ma il gruppo più numeroso si trova in Turchia, dove sono arrivati proprio attraverso la migrazione che li ha portati a transitare sulle rive del Danubio, a seguito della sconfitta subita per mano dell'esercito russo nel 1859 e soprattutto per via del piano di sterminio fisico e culturale posto in essere da governo russo.
Nel 1862 lo zar diede, infatti, il nulla osta al piano di espulsione di migliaia di montanari circassi al fine di deportarli verso altri paesi, tra cui soprattutto l'Impero Ottomano.
La pulizia etnica terminò ufficialmente nel 1867 quando ormai gran parte dei villaggi erano ormai completamente svuotati.
Per anni i genocidio circasso venne del tutto dimenticato, questo fino al 1991 quando iniziarono a crescere i primi movimenti legati all'attivismo circasso che portarono nel 1994 alla costituzione della Associazione Internazionale Circassa che cercò di ottenere dalla Duma una riconsiderazione del genocidio, cosa che non avvenne .
Nel 2005 il Congresso del Popolo Circasso chiese alla Federazione Russa di riconoscere il genocidio e di chiedere scusa ufficialmente. In un secondo momento il Congresso chiese  anche la costituzione di una Repubblica Autonoma di Circassia, anche in questo caso, però, non vi fu risposta.
Nel 2011 la Georgia nel giorno in cui si festeggiava la propria indipendenza fu il primo paese a riconoscere ufficialmente il genocidio, mentre nel 2014 venne richiesto alla Polonia un simile riconoscimento.
Il massacro dei circassi, soprattutto per bieche motivazioni politiche, è stato ultimamente ricordato dalla Turchia, in risposta a Putin che aveva preso posizione, aprendo ad un riconoscimento del genocidio armeno. Il governo turco ha accusato quello russo di ipocrisia, perchè riconosce il genocidio armeno dimenticando i tanti massacri commessi dal russi contro le popolazioni musulmane.
Tracce della diaspora Circassa si trovano in luoghi apparentemente impensabili come Israele. 
Nei villaggi di Rahaniya e di Kfar Kama, sul lago di Tiberiade, risiede una piccola comunità di circassi che perpetua ancora adesso le proprie tradizioni culturali e religiose. Vi arrivarono nel 1876, quando la Galilea  faceva parte dell'Impero Ottomano.
Pur rispettando completamente le leggi d'Israele, ancora vige l'antico codice habze che prevede tra l'altro il rispetto per gli anziani e delle donne ma soprattutto il rispetto dello straniero e del nemico, che è invitato a dormire in casa in segno di rispetto.
Anche i Circassi sono tra le vittime del conflitto in Siria.
Per un approfondimento vi segnalo questo interessante articolo di Limes: http://www.limesonline.com/rubrica/circassi-il-caucaso-in-siria

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